Liquidazioni e liquefazioni

editoriale di Francesco Sorino

Febbraio 2022

Tra commercio di prossimità in crisi perenne e l’aggressività rampante dell’e-commerce, ormai i saldi durano tutto l’anno, a maggior ragione per i prodotti privi di stagionalità, come i dispositivi Hi-Fi.

Come si addice a un mercato di nicchia, specialistico, passionale, che fa dell’irrazionalità una bandiera distintiva, identitaria, l’audio hi-fi si barcamena tra oggetti ultraterreni, irraggiungibili dai più, e dispositivi consumer a basso costo, spesso bassissimo in relazione a contenuti tecnologici sofisticati.

Molta roba è tanto indiscutibilmente hi-fi quanto regolarmente snobbata. Dai più nostalgici analogisti vinilici. Dai feticisti del lusso, cultori dei materiali pregiati meno sostenibili e delle lavorazioni artigianali più esclusive. Dagli insicuri brand-victim, che si affidano solo a marchi di riconosciuta nobiltà, soprattutto da ostentare in società (non necessariamente alta). Dalla moltitudine di dandy, intenditori di whisky torbati, di rum agricoli, di sigari Havana umidostatati, di bistecche wagyu, e di qualsiasi cosa costosa che consenta di guardare gli altri sempre con la puzza sotto al naso, di pavoneggiarsi, assaporando soprattutto il gusto di sentirsi “speciali”, convinti di essere ammirati e non oggetto di barzellette caricaturali (come avviene in realtà, un po’ come in Pippo non lo sa).

Vero è che l’offerta di base, assecondando i gusti di un pubblico -e spesso anche di progettisti, imprenditori, marketing manager, ecc.- ignorante (=che ignora) e lontano dai canoni tradizionali della stereofonia hi-fi, si sbizzarrisce in proposte blasfeme e iconoclaste, agli occhi degli audiofili ortodossi.
Soundbar, boom-box di tutte le fogge e dimensioni, personal assistant domotici, tutto rigorosamente wireless. Soprattutto, collegabile a sua maestà lo smartphone -sempre più social e con sempre più G- e magari anche alla rete delle reti, per una convergenza totale col video, diventato on demand, col gaming che ormai sconfina nella virtual reality, e col “vecchio” personal computer, ora portatile, già assolutamente multimediale.

Bene, e che ce ne facciamo noi, vecchi nostalgici in via d’estinzione, di tutta questa accessibile profusione tecnologica?

Semplice: esploriamola e divertiamoci!

Ma, soprattutto, la tecnologia in liquidazione dovrebbe essere ghiotta occasione di proselitismo per la stereofonia, ancora tutta da scoprire per la maggioranza degli utilizzatori mono-consumer (al massimo drogato con DSP-spatializer-3D di vario tipo).

Ebbene sì, io ancora mi illudo che svelando a studenti, a impiegati, ai tanti “diversamente occupati”, le magie -accessibili- della ricostruzione spaziale realistica, di una distorsione ridotta, di dettagli sconosciuti, di dinamiche coinvolgenti, si possa finalmente riuscire a cavare gli auricolari fuori dalle orecchie e relegare dove si meritano -tra spiagge e pic-nic- tutti quei dispositivi simil-radiosveglia, che mortificano qualsiasi dignità artistica e che poi non costano così tanto meno di un sistema basic ampli+diffusori.

Questo è catechismo audiofilo. E i missionari catechisti, per figli, nipoti, colleghi, parenti, vicini di ombrellone, non possiamo essere che noi sopravvissuti.

Come per gli arditi antenati esploratori, qualcuno forse verrà mangiato dai cannibali. Amen.
Ma ogni 1000 nuovi adepti dell’accattonaggio tecnologico, iniziati alla religione hi-fi, ce ne saranno 100 che, magari crescendo, o grazie ad una promozione, magari con un nuovo lavoro, desidereranno qualcosa di più. Di più bello. Di più grande. Di più pregiato. Di più prestante. Di più costoso. Di più autogratificante. Di più socialmente prestigioso. E ce ne saranno 10, più privilegiati, dalla storia, dal merito o dalla sorte, che potranno togliersi soddisfazioni ancora maggiori, pur senza sacrificio apparente: vorranno l’high-end, il lusso, l’esclusività, con cui autocelebrare la propria fortuna. Non c’è da scandalizzarsi.

Sono convinto che tale catechesi non possa più passare attraverso le vecchie liturgie del giradischi e del vinile, che sono tornate di moda solo tra i giovani che sperano di rimorchiare facendo gli eccentrici.
E neanche col CD, o con qualsiasi supporto fisico.
Il catechismo dei pagani non si inizia parlando della misteriosa Trinità, dell’eucarestia e di alta teologia.
La liquidazione dell’audio passa inesorabilmente attraverso la liquefazione della musica. La dematerializzazione dell’opera artistica è indispensabile alla divulgazione di massa.

Tutti gli appassionati che vantano collezioni di centinaia o migliaia di dischi, in quanto tempo le hanno accumulate? E con quali spese complessive?
Se li perdessimo tutti in un incendio, in quanti oggi, 2022, sarebbero disposti a ricominciare da zero e a fare altrettanto? E come decideremmo le priorità di acquisto? E ricompreremmo proprio tutto tutto?
Certo, non sono argomenti per i nuovi adepti, cresciuti alla velocità della fibra ottica, per avere tutto e subito.

Noi vecchietti dobbiamo rassegnarci all’irreversibilità della liquefazione digitale dell’arte. A distinguere tra fruizione e possesso materiale dell’opera, che di fatto è un ostacolo alla conoscenza. La mia vicina di casa, da quando ascolta musica in streaming, fa uno zapping compulsivo. Sarà pure una nevrosi ma, in una settimana, seguendo gli stimoli di wikipedia, le è possibile scoprire, assaggiare, criticare, quello che io ho scoperto in 5 anni di riviste di carta e di acquisti vinilici, che prosciugavano le mie risorse di studente.

A conti fatti, le migliaia di euro non più immobilizzate in collezioni discografiche, non prive di “croste”, e quelle risparmiate evitando precari dispositivi elettromeccanici di lettura, ci avrebbero consentito un sistema di riproduzione ampli+diffusori di classe nettamente superiore, magari comprato a rate.

Ecco, mi sembra di aver dimostrato il teorema dell’attuale centralità della sorgente per musica liquida, come indiscutibile punto di partenza moderno di una cultura musicale e della riproduzione audio.
Per carità: io mi sono venduto il giradischi e mi sono tenuto i dischi. Non solo per il valore nostalgico di custodire ricordi di gioventù, ma anche perché condivido il comprensibile feticismo delle copertine da accarezzare, da sfogliare, da surrogare maldestramente con megapixel di immagini e informazioni elettroniche.

Il corollario a questo teorema della liquefazione è l’accessibilità.
Se ormai ci sono innumerevoli streamer “chiavi in mano”, a vario livello d’integrazione, da quelli che ci ritroviamo, quasi senza saperlo, come app, nello smartphone, negli smart-TV, nel ricevitore SKY, nel blu-ray player, nella consolle per videogame, fino ad arrivare all’intera catena streamer+DSP+DAC+amplificatore integrata in una coppia di compatti diffusori KEF (wireless, ovviamente), come fa l’appassionato di tecnologia a non essere affascinato dalle tante possibilità di realizzare da sé una tale sorgente digitale? Chi non prova gusto col fai-da-te a rivaleggiare con il meglio prodotto dall’industria? Chi può permettersi di provarci coi giradischi, e avere risultati non pecorecci?

Per chi è malato di risparmio, è evidente che anche il proprio smartphone può fungere da streamer di musica liquida.
Per chi invece è malato di tecnologia e di audiofilia, andremo a presentare, in sequenza, partendo immediatamente, 3 soluzioni-tipo, tutte DIY, accessibilissime, basate su 3 diverse architetture tecnologiche:

  1. Minicomputer Raspberry, con sistema Linux e DAC integrato.
  2. Minicomputer Android, con uscita digitale Toslink ottica.
  3. Mini-PC Windows 10 Pro, con uscita digitale USB.

Ogni soluzione sarà occasione per discutere le relative scelte progettuali hardware e software, le limitazioni con cui fare i conti, le implicazioni tecniche e pratiche.
Roba da rimanere sintonizzati.

Francesco Sorino

Cerca