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Corso d’Italia

Un flashback che ci riporta

al magico giorno dell’acquisto

del primo impianto Hi-Fi

e ci rapisce nel nostro

personale film

“C’era una volta in Italia”

Un flashback che ci riporta

al magico giorno dell’acquisto

del primo impianto Hi-Fi

e ci rapisce nel nostro

personale film

“C’era una volta in Italia”

 

Esterno. Giorno. Mattina presto. Semaforo di Corso d’Italia, angolo via Po, direzione scuola. Erede a bordo. Fermi al rosso. 

E qui ed ora scatta una trappola della nostalgia, perché proprio venti metri a destra, un certo numero di anni fa, c’era il negozio che costituisce l’apparente epicentro di questa storia.
Ma procediamo con ordine.
Timer su Infanzia. E andiamo a raccontare, che oggi c’è tempo. 

Le feste natalizie portavano con loro l’innegabile vantaggio dell’interruzione scolastica. Non molto altro, in verità. Le regole rituali del cerimoniale erano poche ma chiare. 

Sera di vigilia, non costituiva evento: a cena il capitone o la soglioletta a sottolineare il rispetto ipocrita paracattolico quanto inutile del magro di vigilia. Unico elemento, per così dire ricreativo, era costituito da una facoltativa messa social di mezzanotte.

Pranzo di Natale, il 25, ore 12:30, puntuali, con i genitori dai nonni del nord, padan-friulani, ivi incluso il famoso zio figo e compagno, con lasagne, tortellini in brodo, faraona, pandoro, strudel.
Tradizione, in una parola. 

Girone di ritorno all’Epifania con i nonni del sud, napoletan-siciliani, gli zii e i cugini: pranzo ore 14:00, abbondanti, con  sartù di riso o, in alternativa, timballo di ziti con il sugo così rappreso che vira sul violaceo (sembra radicchio ma invece è pomodoro), polpette generate per tritatura dalla carne del sartù contornate da una melanzanina fritta crocefissa da uno stecchino che ne costituisce la parte più digeribile, tripudio di caponate, così pizzicanti da rendere legittimo un sospetto di fermentazione al limite del botulino e, per il gran finale, babà mercenario “Vesuvio”, contrabbandato da Scaturchio tramite un parente compiacente e servizievole.  Il tutto rumorosamente condito dai “Mmmm che bbuon’, mammà” dei figli (per mio padre e i fratelli vigeva il MMA, Matriarcato Meridionale Adorante) e, con minor convinzione ma slancio degno di nota, degli altri sofferenti commensali.

Quanto ai regali, dato per scontato che nessun bambino di IQ vagamente normale può credere in babbo Natale dopo i tre anni, mio padre, non senza una certa preveggenza, si era da sempre dimostrato contrario all’assunto nordico “I regali li porta Gesù Bambino”. La sua tesi, alquanto pragmatica, si sintetizzava in “quando scoprirà che non è vero, smetterà di credere non solo alla storia dei regali, ma a tutto quanto”. Lui lo aveva detto, e come sempre aveva previsto tutto.

Il modello educativo imperante era alquanto austero. Per carità, in famiglia non mancava nulla, ma non è che ci fosse questa gran larghezza di mezzi, e il rapporto fra quel che si desiderava e quello di cui si disponeva era vicino al rapporto di compressione di un motore diesel; per i non tecnici, la relazione è circa quindici a uno. Ma anche “desiderava” è, in effetti, fuori luogo. Perché stanti le condizioni di delicatissimo equilibrio economico familiare, già la frase “mi piacerebbe” non veniva pronunciata per dignità e per il deamicisiano timore che si dovessero fare rinunce comuni per assecondare la inutile parte alta della piramide dei bisogni velleitari del singolo. 

Stavamo bene, per carità, ma Cralk e non Clarks, Addas, e non Adidas. Maglioni della nonna e non di negozio; quando si comprava “la mozzarella”, era un bocconcino vaccino Pettinicchio da 250 grammi bastevole per tutti. E di prosciutto crudo se ne prendeva un etto scarso, tagliato fine in fette diafane, e ci si mangiava in quattro facendo anche complimenti sull’ultima fettina (“non vorrete mica lasciarla a domani”). 

I regali, dicevamo, erano indubbiamente una componente non banale delle feste e potevano grazie alla generosità dei donatori, riportar su un anno di magra. Tipicamente i nonni nordici erano assai generosi e se forzati verso l’abbigliamento da infingarde e immonde delazioni familiari (es. “gli servirebbe proprio un cardigan blu”) avevano cura di allegare anche una bustina personale, con all’interno qualcosa di numismatico. Lo zio figo sapeva degli hobby, anzi li contagiava in prima persona, e li foraggiava incoraggiando con meraviglie elettro tecniche che richiedevano però intelletto, iniziativa e inclinazione all’autocostruzione per essere utilizzate. Grato per sempre. 

Un’ombra sulla reputazione dei nonni del sud, parimenti benestanti, veniva dalla scelta di scambiare i regali all’Epifania. Dietro il nobile intento, infatti, di scegliere una data alternativa al Natale per non creare conflitti tra le due famiglie (che, per chiarezza, si scambiavano forse un’unica telefonata melensa e formale di auguri nord/sud, alternandosi nei ruoli chiamante/chiamato di anno in anno con scrupolosa metodicità), si temeva che il posticipo al 6 gennaio costituisse opportunità di riciclo di regali natalizi non graditi e l’accesso ai pre-saldi per l’acquisto di doni a condizioni vantaggiose. 

Del resto come non ricordare  il volume denominato “Rivoluzione in prospettiva” ricevuto per l’undicesimo (si tentò di cambiarlo ma invano, in quanto fuori commercio, e fu infatti poi ritrovato negli scaffali del Remainder’s Book di piazza san Silvestro, una sorta di outlet dell’invendibile librario), e per il dodicesimo un cofanetto di dischi di Giovanni Tartini, medioevale minore cameristico, alla cui vista mio padre stesso, atterrito, pur nel rispetto dei suoi stessi genitori, cacciò un biglietto da diecimila dicendomi, pragmatico, “Questo te lo ricompro io, non è un regalo”.

Diversa questione i regali da parte dei miei genitori. Acclarato che Gesù Bambino non c’entrava con essi (ed è tuttora aperto il dibattito se c’entrasse o meno con il resto) e che nella gerarchia familiare i cordoni della borsa erano quelli del papà (la mamma aveva un “fisso” per la gestione di tutto l’ordinario, dal quale ogni tanto scappava fuori con sacrificio qualche minuto minuscolo piacere), in logica meritocratica, visto che il rendimento scolastico era, per la verità, elevatissimo, si poteva (entro i limiti sinora descritti) non dico fare una richiesta puntuale, ma indicare un genere, lasciando alla clemenza della corte il livello di risposta. Con un netto distinguo tra spesa e investimento. Avessi chiesto un corso biennale residenziale di sanscrito, non si sarebbe badato a spese. Avessi chiesto un paio di jeans di marca, la risposta sarebbe stata, immancabilmente, “quando guadagnerai, queste cose te le comprerai da solo”.

Va anche detto che mio padre non era esattamente il tipo di genitore/fratellone nel quale ci si può imbattere adesso. L’ordinaria gestione, come detto, era in mano a mia madre, lui aveva un lavoro di responsabilità assai assorbente, tendenzialmente si entrava nel suo studio solo per dirimere guai enormi, ma nel quotidiano non entrava. Non aveva vizi, tranne uno. O forse era una passione. La musica. Abbonamento a Santa Cecilia, concerti, interi scaffali di vinili, e un impianto stereo esoterico, già negli anni ‘60, quando gli impianti stereo esoterici non esitavano ancora. Abitavamo in una casa piccolissima, spesso venivano amici di mio padre ad ascoltare, era impossibile non immergersi in quell’atmosfera musicale continuativa e curiosarci dentro.

Inutilmente precoce, conservavo comunque una sana normalità testimoniata dal fatto che un giorno scrissi su un quaderno a perdere “Che palle oggi viene quel rompicoglioni del signor X a sentire la musica con papà, e io non potrò stare in salotto con l’autopista”. Il signor X si presentò implacabile, entrò in casa e vedendomi, disse “Che bel quaderno, mi fai leggere qualcosa?”. Lesse la frase, girò sui talloni e se ne andò. Le diplomazie dovettero lavorare a lungo per rinsaldare quell’amicizia infranta, rincollata con difficoltà.

La mia dotazione musicale personale dell’epoca prevedeva un registratore/mangiacassette Philips con batterie razionate e con dotazione di tre o quattro cassette di musica classica, tra le quali si distinguevano un paio di sinfonie di Beethoven, il concerto per violino “con eco in lontano” di Vivaldi e, sull’altro lato, le 4 stagioni sempre di Vivaldi sulle quali un mio cugino burlone, prefigurando il concept del souvenir d’Italie di “Amici Miei”, aveva sovrainciso a intervalli di tre o quattro minuti, irreversibili, variegate e colorite bestemmie che irrompendo durante l’ascolto rendevano indubbiamente ancor più mossa la già frizzante opera del Prete Rosso.

Il sogno era, insomma, quello di avere uno stereo per ascoltare l’immensa discoteca di mio padre, e magari anche qualcosina di un po’ più leggero. Il suo impianto era inavvicinabile. E a ottobre buttai l’amo. “Certo”, tentai di dire con naturalezza, “se avessi uno stereo tutto mio, potrei sentire i tuoi dischi senza rovinarli”. La risposta fu vaga al limite del sindacalese, ma nella frase però erano riconoscibili i termini “pagella”, “trimestre”, “Natale”, “vedremo”. Poi, per qualche settimana nulla, un silenzio assordante.

Poi apparve nel portariviste il catalogo Philips “Hi-Fi+Stereo 1972-73”. Qualcosa si stava muovendo. Per un mese circa il catalogo, esposto alla pubblica fede, fu la mia lettura principale, anche in bagno si divideva il posto d’onore con le pagine dell’intimo femminile e la doccia rassoda tette del catalogo Postal Market. Imparai a memoria le caratteristiche di ciascun apparecchio. Dopo un po’ ero in grado di recitarle anche al contrario. I ruffianissimi watt musicali dei tedeschi e l’austerità dei watt continui, antiskating magnetico o a contrappeso, la testina ceramica no perché rovina i dischi, magnetica conica sarebbe meglio perché traccia a un grammo e mezzo. I comandi touch a sfioramento no, perché sono troppo nuovi e sicuramente si rompono subito. Giudizioso. Tutto a memoria. 

Si andò avanti così a lungo, una guerra di nervi nella quale mi sarei fatto spiumare piuttosto che chiedere o riaccendere il tema con una domanda anche indiretta. E dicembre era alle porte. Anche la tredicesima, che entrava trionfale nella seconda decade portando di solito l’annuncio di qualche piccola spesa extra, era entrata sotto silenzio.

E si fece quel giorno di dicembre 1972. Interno, sera, cena, mio padre esternò alla famiglia riunita, per essa intendendo genitori, lo scrivente, mia sorella che consumava la pappa sul seggiolone  e  il cane, lo spinone di nome Mito, sopravvissuto al cimurro e declassato da “da caccia” a “da compagnia”, presente ma astenuto in caso di voto. 

Il bersaglio vero era mia madre, di mentalità post-rurale che tendeva a disincentivare ogni acquisto a suo avviso superfluo pervasa dall’ottimismo di Cassandra.
“Il primo gennaio scatta L’IVA”, fece papà, “Tutto costerà di più, eqquindi domattina si va a comprare lo stereo per Antonio”. E a me, che avevo il sabato corto a scuola: “Domani prendi l’autobus fuori scuola, scendi a Corso d’Italia, bar Pegaso, ti aspetto davanti a Federici, Corso d’Italia, angolo via Po”. 

Contropiede perfetto: le due contestazioni attese da mia madre, intitolate “Perché lo stereo?” e “Siamo matti, in autobus da solo fin lì !!!” si cortocircuitarono tra loro, lei rimase muta e l’appuntamento fu consegnato alla storia.

La notte fu sudaticcia. Eccitazione del caso, sonno zero, pernullansioso, provvedetti a simulare tutti i possibili scenari e contrattempi, anche tra di loro additivi e modulari. Se non passa l’autobus? Se passa e si guasta? Se a scuola fanno un’ora in più? Se papà ha un contrattempo? Se non c’è più il negozio? Se hanno esaurito tutto? Se scatta il Golpe Borghese 2.0?
Risveglio felpato, salivazione azzerata, mani due spugne, e andiamo. 

Mattina a scuola ma tutte le lezioni con pensiero di sorvolo, maledetta lancetta dei minuti, ma che si è fermato? No fa tic tac, cavolo oggi non passa mai. Il tempo relativo ci dà i primi assaggi, ci accompagneranno per una vita istanti che durano per sempre e decenni inceneriti in un batter d’occhio.  Non divagare. 

Campanella delle 11:15, fuori di corsa, il pachiderma verde scuro dell’ATAC n.3 mi prende a bordo e con lire cinquanta e un biglietto in venti minuti mi porta a destinazione vibrando fortissimo ai semafori, in accompagnamento e contrappunto alla tachicardia imperante. Il Knight Bus di Harry Potter è ancora da inventare, ma se ci fosse non reggerebbe il confronto, lo terremmo buono solo per ricambi. 

È una mattina invernale romana. Cielo terso. Tramontana. Ignazio non è ancora maggiorenne, Virginia sta ancora a gioca’ co’ le cicogne, e i marciapiedi anche senza di loro sono comunque un tappeto di foglie di platano con tutti i colori dell’autunno e merdoni di cane sottostanti mood “roulette russa”.
Scendo dall’autobus. Oddio non c’è nessuno. No guardo meglio. Di spalle, un signore, cappotto scuro, cappello, lievemente ingobbito, un po’ sarà il lavoro un po’ l’allergia allo sport, di profilo si vede una pipa. È papà. Trotterello incontro. Condividiamo anche una cifra di anaffettività esteriore, per cui senza baci e abbracci di sorta, come per confluenza casuale, “anche Lei qui”, eccoci sulle scale di Federici, negozio di alta fedeltà in Roma, Corso d’Italia 34/c.

Era la Mecca. Ci ero andato qualche volta. Di quel posto mi attirava tutto. Il laboratorio, i tecnici, le sale d’ascolto. Il signor Alessandro, titolare, ci metteva passione vera, in quel lavoro. Curava un assortimento senza precedenti, ed era disponibile alle prove di ascolto e alle comparative più ardite. C’era una pulsantiera magica che consentiva la comparazione istantanea di tutto con tutto, e si stava lì ore a far la moviola sul colpo di cannone dell’Ouverture 1821, sui violini dell’attacco, sul transiente, sul colpo nello stomaco, sull’occhio della madre, sui novantadue minuti di applausi, su quant’altro.

Beh, la roba alla portata di quel regalo di Natale non era nella sala grande, dove in quel momento suonavano cinque o sei milioni di roba tanto per gradire, quando con un milione compravi una Fiat 127 nuova nuova con gli interni di skai. Si passò in una saletta più nazional popolare, stretta e lunga, con gli apparecchi schierati sugli scaffali, più o meno disposti in ordine crescente di prezzo.
L’azione si accende, andiamo di presente storico.

Fa strada il titolare, noi seguiamo. La prima sezione è dedicata ai compatti. Incrocio le dita. Nonononono, il compatto no. Sarebbe stata una beffa aver fatto tutta questa strada per portarsi a casa il compattone di Selezione del Reader’s Digest di nonna o un equivalente nazionalpopolare.

Ma il signor Alessandro è clemente, e percorsi lentissimamente dieci lunghissimi passi supera la zona, dicendo “questi non ve li faccio neanche vedere, la testina è un aratro, rovina i dischi”. 

Santo subito, e all’undicesimo passo siamo nel mondo adulto dei componenti separati. Viene puntato il giradischi. Philips. Base in simillegno neorealista o postverista. Perspexfumè. Ci siamo, penso io. Lo tirano giù dallo scaffale e parte un pugno nello stomaco. Ha il piatto piccolo, con il disco che sborda fuori. Insomma, ci tiriamo dietro da subito un’aria voglio e non posso, ma se l’obiettivo è quello di non rovinare i dischi c’è tutto. E c’è anche il logo Hi-Fi. Preso.

Si passa all’amplificatore. Nella sala accanto avevamo 700 watt per canale, qui ce ne facciamo bastare 8, diconsi otto. Il simillegno vinilico ci accompagna, non ci sono lancette, i led li dobbiamo ancora inventare, c’è però una spia rossa da scaldabagno. Ma io ti ho appena visto e già non posso vivere senza di te.
In verità manca il logo Hi-Fi, ma vorrà dire che hanno dimenticato di incollarlo, o non lo mettono per understatement stiloso. A bordo.

Terza stazione, la scelta delle casse. Si va dall’armadio a muro alla scatola da scarpe, ci attestiamo più verso la seconda che non verso il primo. Guidano anche le dimensioni da scaffale della libreria dove è prevista la loro collocazione, insomma la tagliamo corta, due scatolette da scarpe con altoparlante da fonovaligia, peseranno tre etti l’una.  Però fuori c’è la tela acustica, il logo cromato, e il vinile simillegno (tris) è elegantissimo. Affare fatto. Chiuso.

I prezzi di listino Philips sono pompatissimi, a cartellino sono più di duecentomila lire.
Io svengo, è un quinto di automobile, viene quasi da dire andiamo via. Sto per dirlo. Ma il titolare paternamente dimezza e poi applica un ulteriore sconto, insomma cifra tonda, centomila e via.

Nel prezzo una veloce prova per verificare che tutto funzioni, sul piatto “Brazil” versione cover di Fausto Papetti, musicista apprezzato per il suo incredibile sax e per le incredibili tette che popolavano le copertine dei suoi vinili che, a dispetto del senso del pudore dell’epoca, contribuivano anche a riempire gli spazi lasciati vuoti dalle sullodate pagine dell’intimo di Postal Market, con frequenti tributi votivi al Dio Onan, tendiniti inguaribili, presagi di miopia precoce.  

Pagato, grazie papà soffuso, due bustoni, ci dividiamo i pesi e trotterellando sulle foglie croccanti e dribblando le insidie dalle medesime celate prendiamo l’autobus e ce ne torniamo a casa. 

Al checkpoint di casa, scazzo genitoriale contenuto nel tempo e non nei toni, sul volume occupato dai nuovi acquisti; prudenza consiglierebbe di tenerli imballati fino a Natale. 

Ma papà pratica l’economia di scala dei conflitti, e se ce ne è uno aperto tant’è infilarci dentro più roba possibile. Eqquindi, dichiara, falso come un biglietto da novemilasettecento lire,”Lo dobbiamo montare e usare subito, perché se qualcosa non va poi non ce lo cambiano, garanzia, antani, vicesindaco, politburò”. Vince anche stavolta. Una spina tripla, gli imballi piegati con ordine, tripudio di friniti di polistirolo, dentro le spine DIN che potrebbe montare anche un bambino (appunto) e diamo corrente al tutto. Le cose non danno la felicità, già allora lo sapevo: ma se la dessero, sarei felice.

Sul piatto, dal cofanetto di dischi Deutsche Grammophon, Beethoven Symphonien, dirige Herbert Von Karajan, ecco a Voi la settima sinfonia del grande Ludovico Van, “La danza”, secondo movimento.  Da sempre preferito il secondo movimento della settima al contenuto dell’intero cofanetto. Beethoven, ti distrai un attimo e nel dubbio ti violenta. Qui non tanto. Questa è una cosa un po’ più mite. Partono le prime note. 

“Allegretto”, dice. “Allegretto un par de ciufoli”, dico io. 

Non lo sapevo, me ne sono accorto decenni dopo. Wiki dice “il movimento è aperto da un accordo dolente in La minore”. Non so tecnicamente che cosa voglia dire “dolente”, ma il senso è quello. E mentre ti stringe lo stomaco dolce dolce, parte un contrappunto estenuante di viole e violoncelli. Sempre lo stesso tema, poche battute, ma senza tregua. Da un certo punto in poi ci si mette anche il timpano a scandire il tempo. Ma poi, così come è iniziato, prima che ti uccida, piano piano tutto si riavvolge, torna. E si richiude e termina, tornando nello stesso accordo dolente in La minore dal quale è partito sette minuti prima. Perfetto. 

Breve censimento dei sopravvissuti a quel Natale di un secolo fa. Federici, il negozio, ha chiuso tanti anni fa. C’è il solito tappeto di foglie. Insidioso ora come allora. Sul tavolo di casa, ritirato fuori per l’occasione, la formazione GA308, RH580 e RH411 affronta un’altra volta le curve insidiose del disco DGG. Qualche scricchiolio dai potenziometri, ma le coppie complementari di transistor al germanio AD161/162 dicono ancora la loro. Inutile invece cercare nell’inquadratura di oggi quel signore con la pipa Savinelli punto oro. È andato via da tanto tempo anche lui. Resta un mattino di tramontana con il cielo terso, le luci chiare e i personaggi come in un film sovraesposto, mancano solo i segni dello scorrimento sulle guide del proiettore superotto sui fotogrammi rigati.  

Qui e ora tutto gira, si richiude e torna, come l’allegretto della settima. Tornato anch’io. Neanche tanto dolente, a guardar bene. 

Dal sellino, voce fuori campo. “Papà, è verde, ti sei incantato, DAICAZZO che facciamo tardi”. 

Scusa. Andiamo. M’ero distratto. Arrivati. Buona scuola. Bacio.

Antonio D’Avino

Un flashback che ci riporta

al magico giorno dell’acquisto

del primo impianto Hi-Fi

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“C’era una volta in Italia”