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Dieci dischi “audiophile” da evitare

Ripubblichiamo per chiarire, se possibile una volta per sempre, il concetto di “stampa libera e stampa pavida”. Questo articolo mi fu commissionato da un celebre editore internazionale, che ci tenne a dirmi: “Tu per me sei troppo elegante, riesci ad essere duro, ma duro spietato?”. Io credo di esser sempre stato, se necessario, spietato anche nell’eleganza, ma dissi: “Si certo. Ma tu sei disposto a rischiare di entrare in contrasto con appassionati e discografici?”. “Ovvio rispose lui, io non ho paura di nessuno”. Articolo scritto e spedito. Telefonata: “Ma cazzo! Te la dovevi prendere proprio con…e con… così mi metti in imbarazzo, non puoi addolcirlo, cambiare qualche disco?”. No, grazie, collaborazione finita prima di iniziare. Dinamitardi di cartapesta…

Ripubblichiamo per chiarire, se possibile una volta per sempre, il concetto di “stampa libera e stampa pavida”. Questo articolo mi fu commissionato da un celebre editore internazionale, che ci tenne a dirmi: “Tu per me sei troppo elegante, riesci ad essere duro, ma duro spietato?”. Io credo di esser sempre stato, se necessario, spietato anche nell’eleganza, ma dissi: “Si certo. Ma tu sei disposto a rischiare di entrare in contrasto con appassionati e discografici?”. “Ovvio rispose lui, io non ho paura di nessuno”. Articolo scritto e spedito. Telefonata: “Ma cazzo! Te la dovevi prendere proprio con…e con… così mi metti in imbarazzo, non puoi addolcirlo, cambiare qualche disco?”. No, grazie, collaborazione finita prima di iniziare. Dinamitardi di cartapesta…

Ero pronto, sissignore ero pronto. Avevo già messo in fila quattro dischi, non vi dirò se belli o se brutti, e stavo per dare principio a questa mia nuova e gradita collaborazione con XXX in forma, per così dire, classica. Quattro recensioni, il mio personalissimo parere e via. Ma, ma… Rileggendo bene il titolo della testata (ohibò, XXX) mi son tornati in mente certi miei oziosi ragionamenti di carattere maccheronicamente antropologico/psicanalitico (forse psichiatrico è più pertinente) a proposito di questa strana specie animale di cui anch’io faccio parte e tra cui, da una vita mi dibatto: gli audiofili. Cribbio, non basterebbero trattati e ricerche da premio Nobel, non basterebbero tomi di millanta pagine per descriverne la varietà, le abitudini, le piccole e grandi manie. Si pensi solo che ancora siam fermi al punto 1.1 dell’esplorazione, alla domanda fatidica: son gente? O son bestiacce? Animali, vegetali, minerali, dire, fare, baciare, lettera o testamento? Beh, vi devo confessare che io un’opinione – anche per darmi una ragione appropriata della mia presenza – me la son fatta. Ne esistono di due specie principali (i sottoinsiemi ad una prossima dissertazione): quelli che camminano in posizione eretta, si servono di utensili ed hanno coscienza del proprio essere e delle proprie azioni, e quelli che ancora vivono una felice esistenza monocellulare, riproducendosi (almeno a giudicare da quelli che abitualmente frequentano le rassegne a loro dedicate) per scissione. Perché dunque alcuni – una minoranza – si sono evoluti ed altri no? Ebbene, dopo oltre vent’anni di esperimenti e di osservazioni sono giunto ad una conclusione. Lo sviluppo e l’evoluzione dell’audiofilo dipende, indubbiamente, dalla musica con la quale viene nutrito. Gli audiofili nascono tutti uguali, le dimensioni non contano, le mutazioni e dunque l’appartenenza ad un campo o all’altro avvengono successivamente. Potete fare l’esperimento da voi, a casa vostra. Se sottoposto ad una sana e variegata alimentazione musicale, l’audiofilo cresce normalmente: da bambino si sbuccia le ginocchia, da adolescente ha la prima erezione o le prime mestruazioni, in età matura prende moglie, o combina casini lasciando figli a destra e manca, o si sposa a Bologna o a San Francisco con un soggetto del medesimo sesso e vive felicemente. E’ capace di sentimenti, è in grado di elaborare il pensiero e di eseguire attività manuali anche di una certa perizia, ha un carattere di regola mansueto e mostra ragionevolezza. Gli studi dimostrano invece come un neonato audiofilo sottoposto a massicce radiazioni di “The Sheffield Drum Record” per lunghi periodi a livelli d’ascolto “live”, sviluppi in breve tempo una sindrome involutiva che approda in pochi anni alla de-evoluzione monocellulare. Ma credo che fin qui ci foste arrivati più o meno tutti, no, la grande scoperta, quella per cui desidererei una “nomination”, se non troppo immodestamente al Nobel, almeno al premio Lenin o al Sabin, o se proprio non v’avanza nulla al premio Fregene, è un’altra: la sindrome è reversibile! Non vi sembra una notizia meravigliosa? Però bisogna agire, bisogna agire con tempestività, altrimenti i tempi di recupero diventano terribilmente lunghi. Ed è per questo che ho compilato questa modesta ma efficace ricetta che tra breve vi andrò a esporre. Dieci dischi da evitare, dieci dischi subdolamente registrati e confezionati al fine di tenere sotto perenne scacco le masse audiofile, facendo della loro inevitabile regressione uno strumento di dominio a perpetua sudditanza. Dieci dischi che circolano pericolosamente nelle case degli audiofili di tutto il mondo, mettendo a repentaglio non soltanto la salute dei già contaminati, ma quella dei bambini che abitano suddette case, dei parenti, dei vicini e persino degli animali domestici (è recente la notizia di un gatto, specie notoriamente evoluta, impiccatosi dopo che il suo padrone aveva ascoltato per cinque volte di seguito la “Marcia al Patibolo” lato 3 e 4 dell’edizione Reference Recording della Sinfonia n. 9 di Berlioz). Ecco dunque la lista ragionata dei famigerati dischi all’indice, che l’anima di Torquemada mi assista in questo mio estremo tentativo salvifico. 

Cominciamo, naturalmente, col già citato Sheffield Drum/Track Record- Sheffield  Lab-20 & 14 (LP’s AAA). Originalmente due LP poi un solo, pesantissimo, CD. Primo volume: improvvisazioni di Mayorga e amici (gran bei musicisti, “turnisti” coi controfiocchi). Inutili, nemmeno definibili come brutte tanto sono insignificanti, nemmeno musica per ascensori. Come v’è saltato in mente? Volume 2: venti minuti di terribili, insulse, irritanti esercitazioni alla batteria. Il dimostratore della Ludwig al Salone della musica è più divertente. Com’è inciso? Meravigliosamente, un imperdibile “tester”. Ma sono quasi vent’anni che tentano pure di farcelo ascoltare! 

2) Berlioz, Sinfonia Fantastica Utah Symphony Orchestra – Varujan Koljian Reference Recordings RR 11 (2 LP 45 gg. AAA). Anche questo già citato, per via dell’unico lato che generalissimamente ne viene ascoltato, anzi dell’unico due lati, visto, visto che gli ultimi due tempi, tra cui appunto la “Marcia al Patibolo” sono stampati due volte, cosicché se ancora qualcuno dei vicini non s’è suicidato alla consunzione del primo, si può procedere col secondo. Direzione insulsa, orchestra tronfia e sconclusionata, il peggio ottenibile dalla nuova scuola orchestrale americana. Registrazione: magnifica, ma può bastare?

3) Lo so, lo so qui si va a litigare. Mi metto nei guai, ma d’altra parte è la cosa che m’è sempre riuscita meglio nella vita. Ebbene arrabbiatevi pure: Keith Jarret – The Koln Concert – ECM 1064/65 (2 LP AAA). Già non ne posso proprio più di ascoltare gli sghiribizzi e gli arabeschi, i fiati e le pestate di “The Koln Concert”. Una volta caddi in amore per Jarrett, ho paura che questo amore si sia consumato, anzi consunto a furia di ascoltar da impianti posseduti da babbei anamusicali e analfabeti The Koln Concert, manifesto di geniale pressappochismo, sublime idea platonica dell’incapacità di concretizzare un idea. Incisione, poi, in fondo, così così.

4) Misa Creola – Navidad Nuestra – Digital Recording: manifesto del “noveau audiophile” anni ’90, più portato alla spiritualità, allo sguardo interiore purché non penetri oltre i 4 millimetri di stato adiposo. Fantasmagorico lamento di Geremia senza autorizzazione scritta del profeta, esotica come un romanzo di Salgari o  il succo d’ananas Zuegg. La colonna sonora di un film americano degli anni ’30 sui piantatori di cotone, senza il fascino (la brillante inventiva musicale) di “Show Boat”. Incisione più che dignitosa, tagliente ad alti volumi.

5) Knud Jorgensen Jazz Trio – Opus 3 – 8401. Abbiamo (ho, ma abbiamo credo tutti in generale, almeno chi segue questa musica) grande stima del jazz nordico, se non altro della buona volontà dei gruppi danesi, svedesi, norvegesi etc. Ma del Trio di Knud Jorgensen possiamo fare tranquillamente a meno. Cool tanto orecchiabile quanto sciatto, totale assenza di invenzione o quantomeno di una “maniera” minimamente originale. Saggio scolastico propinatoci(vi) come disco intellettuale. Noioso sino alla catalessi. Buona incisione (ed è quello che frega tanti ignari – e un po’ ignoranti – audiofili).

6) Autori Vari – Cantate Domino uno dei più amati album audiofili. Organo da pesante a eccessivamente etereo, coro sciabattato, ensemble si fa per dire. Un disco decisamente brutto, un feroce argomento in mano ai detrattori della musica classica (?). Ai quali in realtà, naturalmente, piace moltissimo. Magia dell’incisione? Ma dov’è?

7) Mea culpa, mea culpa. In un attimo di follia l’ho persino consigliato. Ora imperversa. Ora mi tocca ascoltarlo, quando – troppo spesso – me lo fanno ascoltare e mostrare un sorrisetto ebete. Voleva essere una provocazione: “Volete ascoltare la vera musica americana? Eccovela”. Non l’avessi mai fatto. American Landscape di David Benoit, GRP 98832 – CD DDD, è un disco di singolare bruttezza. Forse è vera musica americana moderna, con buona pace di Miles, di Dylan e anche di Cage. Bisognerà fare un discorso ai “veri” musicisti di “vera” musica “americana moderna”. Incisione molto trendy, non male, un po’ tronfietta.

8) Pugh Taylor – The Pugh Taylor Project – DMP CD-488 – DDD. Manifesto mondiale dello yuppismo musicale. Musica per parati, apparentemente raffinata, stucchevolmente blasé. Atmosfere da Hotel Meridien: tutto molto bello, tutto molto finto. Divertente come andare a vedere uno spettacolo di mimo la sera che hai fatto tardi ad un appuntamento con Sharon Stone. Tutto ciò che l’elettronica permette di fare e non andrebbe fatto. Molto “audiophile”, seconda specie ( vedi introduzione). Incisione curatissima, quanto un agente di borsa di Wall Street alle 8.OO del mattino.

9) Carl Orff – Carmina Burana – qualsiasi edizione, qualsiasi incisione, specie quelle speciali: capolavoro di inutile barbarismo musicale, funzionale solo al regime vigente ai tempi (gran brutti tempi), funzionale solo al cattivo gusto di chi vuole illudersi di ascoltare musica classica, nutrendosi invece di una partitura scritta di suo pungno da Conan il Barbaro. Utile per brutte colonne sonore per registi storicamente un po’ confusi ( ma anche Orff doveva esserlo). Medievalismo d’accatto amatissimo dal popolo audiofilo. Grado di pericolosità prossimo al 10.

10) Respighi i Pini – Le Fontane di Roma –  qualsiasi esecuzione, qualsiasi edizione, in particolare quelle speciali. “Oh quante belle figlie madama Dorè”. O che brutti poemi sinfonici monsù Ottorino. Per direttori autoctoni autoproclamanti il loro deprimente “romanismo” o direttori stranieri affascinati da un “molto pittoresco” assimilabile per bon-ton alle famigerate stampe di Bartolomeo Pinelli. La “Società dei Magnaccioni” assume dignità culturale. Ma società dei magnaccioni rimane. Equivalente culturale della puzzonata di Orff. Periodi storici adiacenti, regimi pure. Il popolo audiofilo – v’ho detto, malato e da curare – li considera tra i capolavori assoluti della musica classica, accanto alla 1812 di Ciaikovskij, ai già citati Carmina orffiani e  a “Fausto Papetti esegue Bach”.

Vade retro monatti!

Bebo Moroni

Ripubblichiamo per chiarire, se possibile una volta per sempre, il concetto di “stampa libera e stampa pavida”. Questo articolo mi fu commissionato da un celebre editore internazionale, che ci tenne a dirmi: “Tu per me sei troppo elegante, riesci ad essere duro, ma duro spietato?”. Io credo di esser sempre stato, se necessario, spietato anche nell’eleganza, ma dissi: “Si certo. Ma tu sei disposto a rischiare di entrare in contrasto con appassionati e discografici?”. “Ovvio rispose lui, io non ho paura di nessuno”. Articolo scritto e spedito. Telefonata: “Ma cazzo! Te la dovevi prendere proprio con…e con… così mi metti in imbarazzo, non puoi addolcirlo, cambiare qualche disco?”. No, grazie, collaborazione finita prima di iniziare. Dinamitardi di cartapesta…