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Finestre spalancate

L’uso audio dei comuni PC e di Windows è chiacchieratissimo,
con sostenitori e detrattori.

Una verità è che un ambiente così articolato può disorientare e alimentare insicurezze di ogni tipo.

L’uso audio dei comuni PC e di Windows è chiacchieratissimo,
con sostenitori e detrattori.

Una verità è che un ambiente così articolato può disorientare e alimentare insicurezze di ogni tipo.

Il client Tidal su mini-PC, raggiunto dal tablet tramite desktop remoto
Il client Amazon Music sul mini-PC, raggiunto dal tablet tramite desktop remoto
Il client Roon su tablet, in una delle molteplici visualizzazioni possibili

Dopo un paio d’anni d’uso dello streamer Android da 4 soldi presentato nella scorsa puntata, non mi sono rassegnato a rinunciare al collegamento USB col mio DAC.
A parte il voler verificare i vantaggi di soluzioni tecnologicamente più avanzate, mi stanno venendo anche pruriti di sperimentazione in direzione Hi-Res, con file a bitrate molto maggiore dello standard 44.1/16 del CD audio.

Così, come da protocollo e in accordo con le specifiche indicate nella precedente puntata, ho riciclato il TV-box Android adibendolo alla sua funzione nativa, collegato al TV principale di casa, ancora privo di ogni funzione smart, e al connesso sistema Home Theatre.
In tale ruolo, rispetto al set-top-box SKY-Q, oltre ai migliori servizi musicali, ci ho guadagnato un browser internet decente, il client RAIplay, e vari altri servizi online di uso frequente.

Parallelamente mi sono messo alla ricerca di un hardware coerente con le specifiche elencate nella citata presentazione della soluzione Android. Ho scartato la soluzione laptop per motivi estetici: non possiedo un sistema audio da esposizione né il mio ambiente d’ascolto ha le fattezze mistiche o minimaliste di certi sancta-sanctorum che mi capita di vedere in foto, ma le poche volte che ho messo un laptop sopra il CD player mi è sempre sembrato un pugno in un occhio, con gli orribili cavetti penzolanti, la tastiera perennemente impolverata e le ditate unte sul display. Inoltre molti portatili sono termicamente sottodimensionati, con frequente intervento di ventole rumorose, a causa del passaggio dell’aria attraverso anguste feritoie e scambiatori di calore alettati.

Ho iniziato quindi a esplorare l’offerta dei cosiddetti mini-PC Windows, rigorosamente fanless, e mi sono trovato in un ginepraio di infinite possibilità di microprocessore al comando di una infinità al quadrato di configurazioni, tra RAM, memorie di massa, dotazione di porte I/O, possibilità di espansione.

Anche in questo caso, essendo disponibili proposte dal rapporto prestazioni/prezzo assolutamente vantaggioso, non ho lesinato al minimo la dotazione hardware: scartate le offerte minimali, tra 100 e 150€, specie quelle con micro Atom o con dotazione di memoria insufficiente, a poco più di 200€ (aumentati del 15% dallo scorso natale) ho trovato un PC basato su Intel® Celeron™ J4125, un microprocessore a 4 core (praticamente: può fare più cose contemporaneamente), con velocità fino a 2,7GHz ma che dissipa solo 10W, sul mercato già da oltre 2 anni, quindi di costo competitivo.

La memoria RAM da 8GB DDR4, il massimo consentito, è adeguata a far girare il Windows10pro preinstallato sull’SSD da 128GB. Per chi ne sia interessato, il processore grafico interno consente video in 4K su uscite HDMI e VGA. Nel mio caso userò l’uscita video quasi esclusivamente per la configurazione iniziale e eventuale manutenzione del software.

Ovviamente mi guarderò bene dall’usare la sezione audio interna, simile a quella dei portatili, con uscita su singolo jack combinato cuffie/microfono, da 3,5mm.
Le comunicazioni I/O prevedono 2 porte Ethernet Gigabit RJ45, 2 porte USB2 e 2 USB3, il Wi-Fi dual band 2.4/5 GHz, e il Bluetooth, purtroppo limitato allo standard 4.0. Sono presenti anche 2 vetuste porte seriali DB9, tanto utili in applicazioni industriali quanto dannose al look del frontalino.

E sì che non ho certo scelto il più bello, deturpato pure dalle 2 antenne Wi-Fi sui fianchi del case d’alluminio. E neanche il più espandibile, nonostante possano essere aggiunte memorie di massa M.2, SSD o HD SATA 3.0 e mSATA. Insomma fino a qualche terabyte di roba.

Avendo a disposizione un paio di TV da 22-24”, rese obsolete dall’evoluzione del DVB-T, ho deciso di utilizzarne uno come monitor del music server, anche se intendo utilizzare il sistema prevalentemente col display spento, interagendo da un portatile, tablet o smartphone che sia. Tanto dai 3 metri di distanza non potrei assolutamente leggere alcun testo, neanche con gli occhiali, a meno di non usare un gigantesco schermo da home theater. E non lo voglio fare!
Ho quindi scelto una consegna rapida e la predisposizione al montaggio sulla schiena del monitor, tramite la staffa VESA.

L’emozionante momento dell’unboxing del mini-PC Windows

A dirla tutta, al delicato momento dell’unboxing, la staffa promessa nel kit non c’era. Inoltrato il reclamo al fabbricante (cinese, ça va sans dire) e assegnato un bassissimo rating, la pratica è stata immediatamente risolta da una gentile signorina del servizio clienti, in buon italiano. 10 giorni dopo ricevevo anche la staffa VESA e il venditore aveva il rating corretto a 5 stelle.

Sconsiglio vivamente l’acquisto tramite le piattaforme e-commerce cinesi: a parte la documentazione generalmente più grossolana e approssimativa e i tempi di consegna solitamente più lunghi, i prezzi sono praticamente gli stessi ottenibili tramite l’importazione italiana e, poiché ci troviamo sopra i 150€, si evita il patema di avere blocchi in dogana, con richieste di dazi e di imposte la cui inclusione nei prezzi pubblicati è sempre dubbia.

Montato sul retro del TV-monitor il mini-PC sparisce, insieme alle sue antiestetiche connessioni cablate e alle antenne. Il pulsante di accensione è facilmente raggiungibile ma esplorerò la promessa funzione di accensione automatica.

Voglio fortissimamente utilizzare Windows come sistema di appoggio, “flessibile” a usi creativi consentiti da una sconfinata offerta software, adatto al riciclo come PC scolastico per i figli (collegando al mini-PC un monitor, tastiera e mouse, la maggior parte dei laptop sono surclassati in funzionalità e prestazioni).

Caricando Linux otterrei un sistema che esegue, rigidamente e bene, il solo ruolo di streamer, in tal caso avrei valutato una delle varie proposte preconfezionate esistenti in commercio, come l’italiano Str@mbo).

Io voglio fare altre cose e lascio le paranoie ai paranoici. Per molti fortunati, le inascoltabili difettosità di una sorgente digitale di questa (mediocre) classe di appartenenza, sono spesso solo supposte.
E le supposte sappiamo tutti dove vanno a finire.
Avendo iniziato a utilizzare i computer già con le schede perforate, le mie poche nozioni di elettronica apprese in qualche anno d’ingegneria informatica sono sufficienti a indicarmi che sostituire un alimentatore switching da 12V, opportunamente dimensionato (36W per un dispositivo che normalmente ne assorbe meno della metà), con un ultralineare toroidale, degno di un piccolo ampli di potenza, fa molto chic ma fa anche parte delle supercazzole che affliggono l’audio, dato che quei 12V, appena approdano sulla motherboard del PC sono trasformati, da convertitori DC/DC senza tanti fronzoli, nelle tensioni molto più basse (circa 1,5V) a cui funzionano le memorie e il chipset.
Ricordiamoci che, in questo PC, di analogico, c’è veramente poco e non usiamo nulla!
Quindi mi tengo volentieri l’alimentatore originale e mi andrò a misurare il rumore in uscita. Se ci riesco con la mia strumentazione naïf, che arriva a “soli” -115dB.

Acceso il PC, si fanno (o si fanno fare) tutte le cose da fare all’avviamento di un PC: attivazione della licenza Windows10pro (è bastato inserire le mie credenziali gratuite Microsoft), configurazione della connettività LAN e internet (ovviamente preferibile quella su cavo) e degli infiniti altri parametri di personalizzazione.

È consigliabile evitare di imbottire il nostro PC di programmi e servizi superflui agli scopi multimediali o anche solo musicali. Anzi, si può tentare di fare un po’ di pulizia, eliminando quanto può esserci di superfluo. In tal modo si ottiene che pure questo modesto sistema risulta pronto pochi secondi dopo l’accensione (al confronto, il mio laptop aziendale, un professionale col pedigree, fra i vari controlli di sicurezza e l’hardware inadeguato, per visualizzare il desktop impiega numerosi interminabili minuti).

Ovviamente mi occorre installare i driver ASIO del DAC, che intendo raggiungere tramite le uscite HDMI o, meglio, USB2, e “mappare” i collegamenti a eventuali NAS, file server, memorie residenti in servizi cloud.

Prima di passare a discutere i software per music server, vale comunque la pena di scaricare e installare i player audio e i client dei servizi di streaming a cui siamo abbonati e, soprattutto, il software per l’accesso remoto, per comandare tutto a distanza, con uno smartphone o, più comodamente, con un tablet.

Tra le varie possibilità di software per l’accesso remoto nella puntata precedente dedicata ad Android abbiamo già celebrato AnyDesk. Ma, come accade spesso, la potente versione gratuita, dopo i raffinamenti consentiti da molte migliaia di utenti, sta per essere abbandonata e sostituita solo da licenze a pagamento, per giunta nell’odiosa versione in abbonamento, che ha senso solo per gli amministratori di rete in ambito professionale.

Per fortuna Windows10 Pro, a differenza della versione Home, è dotato di un proprio server di accesso remoto chiamato Desktop Remoto o Remote Desktop, che va abilitato nelle impostazioni di sistema (figura seguente, a sinistra). Se dovesse servire, il client si trova tra gli “Accessori di Windows” e si chiama “Connessione Desktop Remoto” (figura seguente, a destra).

Una volta avviato, il PC abilitato come server può essere raggiunto semplicemente digitandone il nome e inserendo le credenziali d’accesso, se previste.
È possibile salvare tutte le impostazioni di connessione e associarle a un’icona che funzioni come un link al PC da controllare.

Ai nostri scopi la cosa interessante del Remote Desktop è che Microsoft rende disponibili client gratuiti per pressoché tutti gli ambienti software, anche portatili, quindi anche per Android e Apple iOS (la figura seguente, a sinistra, si riferisce al client Android in Playstore).

Dato che tali comodi dispositivi portatili sono basati sull’interazione tattile con l’interfaccia utente grafica, torna utilissima, anzi fondamentale, un’altra caratteristica di Windows, introdotta insieme ai portatili Microsoft Surface: la modalità Tablet. In tale modalità d’uso, l’interfaccia utente di Windows, nata per mouse e tastiera, si trasforma in ambiente touch, ingrandendo le icone, le dialog box, e ridistribuendo i comandi interattivi in modo tale da essere agevolmente utilizzabili tramite schermi touch.

Per molto tempo l’icona per commutare nella modalità tablet è stata disponibile nel gruppo delle 16 azioni veloci, disponibile nella veletta del “Centro Notifiche”.
Poi, come abitudine Microsoft, così ricca di stimoli intellettuali per i miliardi di fedeli utilizzatori, con gli ultimi aggiornamenti l’icona sparisce dal comodo menù e non ho ancora trovato il modo per resuscitarla o per costruire un comando diretto che eviti il doverla attivare tramite il menù delle impostazioni di sistema. La cosa buona è che la modalità può essere registrata come condizione di default, all’accensione.

Anche per la modalità tablet ci sono -ovviamente- vari parametri configurabili, la cui descrizione dettagliata e ragionata richiederebbe ben altro spazio.
Diciamo che le più importanti sono quelle relative alla scelta di una risoluzione video e di un ingrandimento dei caratteri adatti alle dimensioni del display.

Usando un accesso da “Desktop remoto” al mini-PC in modalità tablet sono facilmente utilizzabili dal portatile i client meno “intelligenti”, privi di sincronizzazione tra dispositivi (es. Tidal e AmazonMusic).
Come al solito, tra i client nativi, Spotify spadroneggia in usability da remoto.

Utilizzando quindi il controllo remoto di un PC Windows in modalità tablet è raggiunto l’obiettivo della soddisfacente interazione coi programmi di streaming tramite dispositivi portatili tattili.
Amen.
Ma la fame viene mangiando, e l’esperienza più golosa è con l’installazione dei software client-server, che consentono la trasformazione del PC in un vero centro multimediale.

I principali contendenti sono JRiver (60 USD), Audirvāna (da 70€/anno) e Roon (700 USD o da 10 USD/mese). Tutti prevedono un periodo di prova di 1 mese o 2 settimane.
Approfittando del periodo prova di 14 giorni, tanto vale provare il più caro.

Ho quindi configurato come “core” (cioè server) la versione di Roon appena installata in Windows e ho iniziato a usarla tramite i suoi client su un altro PC Windows e sui 2 tablet Android.

Roon mette insieme una moltitudine di web-radio, i servizi di streaming on demand ad alta qualità di Tidal e/o Qobuz, e la nostra libreria di brani. Per non saturare la memoria del mini-PC, se non si è aggiunto un HD o SSD interno, conviene configurare l’accesso ad una memoria esterna connessa tramite USB, o alla memoria capiente condivisa da un altro PC in rete o di un NAS, o a servizi cloud (DropBox me lo sono trovato già pronto, OneDrive, GoogleDrive o altri sono comunque impostabili da Windows come volumi di sistema).

Per chi abbia un archivio significativo di brani digitali o digitalizzati, a prescindere dalla risoluzione, penso che tutta quella musica liquida possa essere sufficientemente al sicuro solo facendola “evaporare” su cloud. Finché resta solo nelle memorie di massa dei nostri PC sarà sempre esposta alle bizze dell’hardware. L’usura degli HD è ormai nota ma chi pensa che gli SSD siano eterni farà meglio a non dimenticare di eseguire frequenti backup. Del resto, per i più ansiosi, o per materiale veramente prezioso, anche su cloud conviene prevedere una ridondanza, con mirror (=copia speculare) tra 2 servizi differenti.

Roon costituisce un vero e proprio “sistema operativo” audio, con una moltitudine di situazioni d’uso e interfacce grafiche sensibili al contesto, di cui in questa sede posso solo dare un assaggio.
Inoltre praticamente tutto è ampiamente personalizzabile tramite molti parametri, di cui alcuni legati ai nostri dispositivi di riproduzione audio.
Ovviamente andremo a selezionare il nostro DAC come dispositivo di uscita, assegnandone il pieno controllo a Roon. Possono essere abilitate tutte le possibili uscite audio, analogiche e digitali, di tutti i dispositivi connessi in rete contenenti Roon (PC, smartphone, tablet, ma anche dispositivi compatibili, come molti “personal assistant”, soundbar, diffusori attivi e varie altre diavolerie “Roon compatibili”).

Da ogni installazione Roon nella rete locale è possibile controllare la sessione in corso, o aprirne un’altra indipendente, con diverso brano musicale e diversa uscita audio.
È evidente l’orientamento ad un potentissimo multiroom.
Come esempio, nella figura precedente, mostro lo screenshot del client Roon nel PC desktop, in cui è sovrapposto (tramite la “remotizzazione” di AnyDesk) quello del client Roon che funziona contemporaneamente sul TV-box Android presentato nella puntata precedente, impegnato a riprodurre un brano diverso, localmente, nell’altra camera, sul sistema Home Theater.
Provateci mettendo in una camera i Pink Floyd, in un’altra l’Overture 1812 e in un’altra Kind of Blue, il tutto a volume generoso, e otterrete un fedelissimo “effetto mostra hi-fi”.
La figura successiva è lo screenshot del dispositivo Android, in cui sono evidenti le 2 sessioni in corso e il menu di selezione dell’uscita: un vero paese dei balocchi!

È bene chiarire che Roon ha un approccio molto invasivo sul materiale digitale che gli viene affidato: le decodifiche e le conversioni di formato sono utilizzate senza troppi scrupoli.

Per gli audiofili di vecchia scuola è roba da stomaci forti. Preparatevi.

Se già, nella notte dei tempi, si è digerita male la digitalizzazione del CD, basata sul pseudo-teorema del campionamento, quel palese imbroglio ordito da tecnocrati, invece che intossicarsi di Maalox conviene continuare ad ascoltare il vinile, cercando di non pensare a quello che avviene tra non-linearità della geometria braccio-testina-disco, variazione del tracking con la distanza dal centro di rotazione, progressiva usura della puntina e del disco, equalizzazione RIAA (ben 20dB in + e – agli estremi banda) e tutte le sue variabili. E mi fermo qui.
Ironia a parte, per razionalizzare i timori di “alterazione”, antico tarlo dell’audiofilo analogista, può aiutare osservare che in Roon i passaggi intermedi, che intervengono solo se si attivano servizi ausiliari (come l’equalizzazione tramite DSP, il crossfade, l’allineamento automatico dei livelli LUFS dei vari brani, ecc.), sono effettuati dopo conversione a 64 bit in virgola mobile, vale a dire una rappresentazione numerica con una sensibilità che va oltre la normale immaginazione e che coinvolge concetti di calcolo infinitesimale, degni di Leibniz.
I calcoli del DSP sono eseguiti su tali numeri con precisione all’ennesima cifra decimale e il risultato finale è ricampionato nella frequenza desiderata e con la profondità di bit più opportuna.
Funziona tutto. Basta non pensarci troppo.

La figura precedente mostra che è sempre possibile monitorare tutti i passaggi di trasformazione digitale, dallo stream in ingresso, attraverso i processori introdotti, fino alla conversione in uscita, secondo il bitrate desiderato. Questo è fissato, per ogni possibile formato in ingresso, da una tabella di conversione che decidiamo noi stessi e da cui è possibile anche fissare la conversione dei formati DSD.

Avendo a disposizione un DAC con limiti di targa piuttosto elevati, mi sono spinto ai massimi bitrate previsti dal DAC: 32 bit a 768kHz, a prescindere dalle infinite discussioni possibili sull’udibilità di tale abbondanza d’informazioni inviate al DAC, in particolare se ottenute in upsampling (=sovracampionamento) da un originale con minore contenuto d’informazione. Sono esperimenti!

Certo, vedere certi numeri mirabolanti danzare sul display del DAC è gratificante e fa un certo effetto “in società”.
Ci sarà subito chi inizierà a lanciare strali contro l’upsampling, proclamando che non si può aumentare il contenuto informativo della traccia originale. L’estremizzazione manicheo-audiofila di tale concetto, fondatissimo, è ovviamente portata a imputare al sovracampionamento un “drammatico decadimento qualitativo” del segnale.
Come spesso accade, è una semplificazione estrema della realtà, spontanea in menti semplici, limitate e in buona fede: come al solito, dipende da come si fanno le cose.
Scegliendo frequenze di upsampling che siano multipli interi della frequenza di campionamento originaria e contando su clock di provata stabilità, interni al DAC, l’affermazione di peggioramenti udibili, a causa di errori di quantizzazione, di jitter, di arrotondamenti (ma abbiamo idea della selettività di un numero a 64 bit in virgola mobile?), sarebbe tutta da dimostrare, oltre che doverla andare a cercare negli abissi dei circa -120dB, cioè poco più del rumore quantistico per agitazione termica degli elettroni.

Come si è detto, l’approccio di Roon all’upsampling è invece sanissimo, finalizzato all’applicazione dei vari algoritmi di processamento del segnali, ai vari scopi.  Chi ne è preoccupato farebbe bene a preoccuparsi maggiormente delle elaborazioni digitali molto più radicali operate dei provider di musica liquida, finalizzate a differenziarsi sul mercato, offrendo materiale manipolato ad arte, per risultare “migliore”.
Se aggiungiamo anche le manipolazioni eseguite all’origine, dalle case discografiche, sui master dedicati ai vari supporti e canali (vinile, CD, liquida, radio broadcast, ecc.) ne viene fuori un superamento dello stesso concetto di “alta fedeltà”.
Fedeltà a che cosa?
Probabilmente ce ne dobbiamo fare una ragione!

Tra le elaborazioni inseribili in Roon vi è la decodifica del formato MQA utilizzato dai brani Tidal contrassegnati come “Master quality”.
Essendo MQA una codifica a sovracampionamento ma con perdita d’informazione, le opinioni sui vantaggi o svantaggi si sprecano. Io non entro nella polemica e mi limito a riportare che Roon, oltre a poter ignorare il codice MQA, può impostare la riproduzione eseguendo la sola decodifica MQA (nell’esempio di una figura precedente, da 192kHz a 96k/24bit), delegando il rendering al DAC, o eseguire sia decodifica che rendering, inviando al DAC un normale flusso PCM.

Il colpo di grazia ai tabù audiofili è dato dai vari processori digitali inseribili che, per chiarezza, sono stati parzialmente documentati dalle figure a sinistra.

Ora, che la flessibilità di un simile sistema sia da libidine tecnologica è innegabile.
Che la moltitudine d’informazioni sul disco, i credits sulla formazione e sulla produzione, i dettagli grafici delle copertine e delle varie versioni pubblicate, i testi delle canzoni e gli ipertesti con le note biografiche degli autori, rappresentino un nirvana per l’appassionato di musica, non ci piove.
Che la razionalità arrivi a riconoscere la capacità di sfruttare al massimo l’hardware del PC e del DAC, è un fatto.
Ma occorre purtroppo accettare che tutto questo divenga un lusso, e come tale venga commercializzato. L’abbonamento a Roon, a cui aggiungere quello di un provider di contenuti di qualità, come Tidal o Qobuz, può sembrare un controsenso, in unione a soluzioni sparagnine come gli streamer fai-da-te che stiamo analizzando.

Ma potremmo pure dire che il risparmio sullo streamer consente di concedersi il lusso di un’interfaccia utente comoda ed efficace. Probabilmente definitiva.

Piuttosto, sorge un dubbio (fondatissimo…): vuoi vedere che il motivo commerciale per continuare imperterriti a non dotare il client Tidal di un comodo sincronismo, simile a Spotify e YouTube, sia promuovere l’acquisto di altri servizi, legati da accordi commerciali di scambio, di royalty, di esclusive?
L’ingordigia dei moderni modelli di business si riflette poi nell’arrivare a scoraggiare l’acquisto una tantum convertendolo in un canone di noleggio, in cui si paga senza essere mai padroni di nulla, in una spirale di addebiti mensili, a cui ci aggiungiamo anche Sky, Netflix, Amazon Prime, lo spazio su cloud, e chissà cos’altro…

Per concludere, occorre annotare che l’implementazione di uno streamer in un PC Windows gode e soffre di tutte le infinite variabili hardware e software possibili in tale ambiente generalista. Ovviamente è un invito a nozze per il fine tuning, con interminabili ritocchi alla configurazione, nell’illusione di “ottimizzare” la riproduzione.
Come spesso accade “il meglio è nemico dell’ottimo”. Si rischia di essere risucchiati in una spirale d’interventi che alimentano insicurezze, che amplificano giudizi sensoriali assolutamente soggettivi, che rivelano lo spartiacque tra gli appassionati di musica riprodotta e gli appassionati di riproduttori di musica, in questo caso contaminati da una buona dose di tendenze nerd.

Io stesso sono sempre un informatico vagamente nerd e quindi certamente dedicherò del tempo a miglioramenti ma essenzialmente operativi, cercando di attivare il wake-on-lan, per poter accendere il PC dal cellulare o dal client di desktop remoto, e trovando il modo per usare l’esecuzione automatica in Windows, per far partire Roon e gli altri client d’interesse automaticamente, all’accensione del sistema (una volta era semplicissimo, immediato, poi Microsoft ci ha messo lo zampone…).
Insomma per trasformare sempre più uno stupido PC in un dispositivo dedicato all’audio, senza alcuna rinuncia all’immediatezza d’uso e all’ergonomia.

Mentre qualcuno inizierà a discutere e ad accapigliarsi sulla validità della gestione direct connect del canale USB, disquisendo se sia meglio la sua connessione diretta al microprocessore o la gestione tramite il chipset dell’I/O, in attesa di procurarmi registrazioni veramente Hi-Res, da sperimentare e confrontare con i provider on demand, io mi godo i giorni residui del periodo gratuito di Roon col mio nuovo streamer.
Che, per me, va già benissimo.

Francesco Sorino

Il client Tidal su mini-PC, raggiunto dal tablet tramite desktop remoto

L’uso audio dei comuni PC e di Windows è chiacchieratissimo,
con sostenitori e detrattori.

Una verità è che un ambiente così articolato può disorientare e alimentare insicurezze di ogni tipo.

Il client Amazon Music sul mini-PC, raggiunto dal tablet tramite desktop remoto
Il client Roon su tablet, in una delle molteplici visualizzazioni possibili